Giovanni Pascoli - Opera Omnia >>  Canti di Castelvecchio Testo originale    




 

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NOTE



ALLA PRIMA EDIZIONE [ marzo 1903 ]

Di questi canti alcuni sono già noti da the hammerless gun che comparve nella «Tribuna» dell11 gennaio 1897, a il fringuello cieco che fu pubblicato l'anno scorso dalla « Riviera Ligure ». Dentro questi termini di tempo, il « Marzocco » dei miei cari amici Orvieto stampò dei « canti di castelvecchio » i seguenti:

la poesia - per sempre - la nonna - l'ora di barga la fonte di castelvecchio - la mia sera - maria - il sogno della vergine - il mendico;

del « ritorno a san mauro »:

le rane - la messa la tessitrice.

La « Riviera Ligure » di quell'animoso spirito che è Mario Novaro, pubblicò, dei « canti di castelvecchio »:

le ciaramelle - la figlia maggiore - il fringuello ciego - la canzone dell'ulivo - il poeta solitario - la guazza;

e ristampò del « Ritorno »:

la messa - la tessitrice.

La « Flegrea» pubblicò:

nebbia - la canzone della granata.

La «Settimana»:

canzone di marzo - passeri a sera.

Il fanciullo mendico comparve nella «Roma Letteraria ». la canzone del girarrosto, in una magnifica raccolta in onore di Domenico Cimarosa, edita da quel povero buon Rosano.

Mi ricordino le poesie il sole e la lucerna e l'usignolo e i suoi rivali al mio forte fratello Raffaele, alla sua compagna Angiola e ai suoi cari bimbi. Il dolce grido ov'è? giunga sino alla campagna di Rimini, giunga sino alla mia buona sorella Ida che già tre volte sentì quella tenera interrogazione.

E Angiolo Orvieto perdoni se ho stampata, con maria, anche la mia malattia che fu scritta per lui solo e per gli occhi pii della sua Laura, nel suo album di nozze. Perdoni e pensi a Maria e a me col solito antico affetto.

E pensi a me, ascoltando il suono del l'ora di barga, così soave e strano, coi suoi quarti acuti nel principio e poi i tocchi gravi delle ore, pensi a me la Donna gentile Emma Cortos, la quale, forse, consente con me che la poesia è contemplazione, e che non è mai troppo tardi contemplare, e perciò poetare.

E a me pensi Gabriele Briganti risentendo l'odor del fiore che olezza nell'ombra e nel silenzio: l'odore del gelsomino notturno. In quelle ore sbocciò un fiorellino che unisce (secondo l'intenzione sua), al nome d'un dio e d'un angelo, quello d'un povero uomo: voglio dire, gli nacque il suo Dante Gabriele Giovanni.

la fonte di castelvecchio, che fu offerta al Sindaco di Barga Giulio Giuliani, sia con altre poche, per ora, l'espressione della mia gratitudine alla terra di Barga e a tanti suoi cittadini che mi vogliono bene: a Giulio Giuliani, a Salvo (ahimè! egli non vede questa edizione!) e Giuseppe Salvi, ad Alfredo Caproni, a Raffaello Cantella, ad Enrico Nardini, a Luigi di Giulio Stefani, a Italiano Capretz, ad altri molti, e particolarmente alla memoria lacrimata di Antonio Mordini.

Infine il ritorno a san mauro (i cui primi quattro canti furono pubblicati in una gioia familiare di lui) sia particolarmente caro al sindaco di San Mauro, a Leopoldo Tosi, grande nome di lavoratore che regge appunto ora quella Torre in cui tubarono le tortori, il dieci d'agosto... Quei canti dicano alla memoria del principe Alessandro Torlonia e della sua piissima figlia Anna Maria, i quali ci aiutarono nella nostra orfana fanciullezza e onorarono d'una bella lapide il mio povero babbo, dicano a queste buone memorie, e dicano al mio gentile ingegnere Tosi e al mio paesello lontano, tutto il mio amore.

Nella poesia la voce un'allusione che mi riconduce a tempi, che ora sembrano chiusi, ma che parevano voler condurre l'Italia alla condizione d'una Russia forse peggiore: d'una Russia non solo senza giustizia ma senza grandezza. Quanta prigione per nulla! O per molto, a dir vero: per sentimenti e idee. Fu nei primordi del socialismo italiano, in cui si processavano come malfattori quelli che aspiravano a togliere dal mondo il male; e si condannavano. Io protestai. E così ebbi occasione di meditar profondamente, per due mesi e mezzo d'un rigidissi­mo inverno, su la giustizia. Dopo la qual meditazione mi trovai allora assolto e per sempre indignato. Ai cari compagni di quel tempo un saluto!

Ho bisogno, per alcune poesie (ne nomino soltanto tre: un ricordo, il ritratto, la cavalla storna), di ripetere alla lettrice e al lettore, che certe cose non s'inventano? In quelle e altre tutto è vero. Quindi quelle poesie non le ho fatte io: io ho fatto (e non sempre bene) i versi. E per l'ultimo Canto del volume, per certe parole grandi che sono in quello, oh! creda chi legge, ch'esse sono come udite in sogno, e che della mia coscienza in esse è soltanto una piccola e vaga parte. Io forte? Io grande? Io immortale? Lungi da me tanto orgoglio! Ma mio padre e mia madre, oh! sì, qualche vanto di me farebbero! Fanno?

La mia malattia! Cara Maria che mi fu veramente sorella di carità! A lei è consacrato il ciclo (se così posso chiamarlo) dell'«Avemaria». E non dispiaccia al lettore conoscere di lei qualche canto, che appunto a quel ciclo si riferisce. Essa compone (lo dico perché la gente non si faccia di lei un'idea non rispondente alla realtà) tra una faccenda e l'altra per casa. Vorrei anzi che il lettore conoscesse (che pretesa!) un mio piccolo inno su lei, che è in Miei pensieri di varia umanità pubblicati testé in Messina dal mio buon Vincenzo Muglia. Ecco intanto i suoi «nulla» dopo i miei «nulla».

L'ALBA DEL MALATO


Ecco, fratello, l'ora in cui discende
a te, dopo i notturni incubi, il pio
refrigerio del sonno. Lieve stende
l'ala sua bianca sopra te l'oblio.

Intanto la fugace alba s'accende
lungo l'Italia nel cospetto mio:
e il sole spunta e tremulo già pende
su l'Aspromonte e poi s'inalza. E io

così lo prego e così dico: 0 sole!
un raggio della tua fulgida vita
manda là, su quel letto di dolore;

su quella fronte che gli brucia e duole,
su quella guancia smorta e dimagrita,
e dentro dentro il suo nobile cuore!


Messina, maggio 1898.


RIMPIANTO


Anch'io, nei dolci sogni di mia vita,
sognai di voi, che mai non vidi e sento
garrire nella mia stanza romita,
figli, con voci piccole d'argento.

Oh! per voi certo queste magre dita,
così lodate nel mio buon convento,
la bella veste avrebbero cucita
con bianche trine e lunghi nastri al vento!

Erano sogni; sono: e nell'eterna
ombra voi resterete, e su voi scende
l'oblio del tempo, o figli miei non nati.

Sogni! ed é vana l'opera materna
e vani i baci; ché nessun mi tende
le sue manine, o figli miei non nati!



DOPO IL RITORNO

A Laura.

Nel cassettone ch'all'aprirlo rende
subito odor di spigo e di gaggia,
tutta in assetto, tutta liscia splende
      la biancheria.

Splendono tutti i mobili che un panno
intriso d'olio ripulì pian piano;
splendono i vetri cui deterse il ranno
      e la mia mano.

Laura, io riposo: per un poco io l'ago
lascio ed i ferri, le mie tacite armi;
e siedo e penso; e dal pensier mio vago
      lascio portarmi.

Lascio portarmi a ritrovar la prole
ch'ebbi, di sogni: gocciole di brina
antelucana, cui ribevve il sole
      su la mattina:

a ritrovarli; ed a cantar sommessi
canti d'amore presso la lor culla:
canti che sono un triste e pio, com'essi
      furono, nulla.


E con la trista parola nulla, o Maria, finiremo il nostro libretto? No. Noi manderemo un ringraziamento di cuore ad Alberto Marchi e a' suoi bravi operai (possano sempre andar d'accordo!), che con tanto amore e pazienza hanno impressi questi versi; ai magnifici pittori, Adolfo de Carolis, che ha ornato così bene il libro, e Vittorio Corcos, un cui bellissimo «Mendico» fu con mio dolore dovuto omettere, perché la carta non ne riceveva l'impressione; all'editore Zanichelli, cioè Cesarino, che volle accogliere me nel suo lauri nemus; in cui si sta bene « alla grande ombra »; e in fine al nostro Alfredo Caselli che ha tanto fatto, vegliato, trepidato, col suo gran cuore e col suo gentile intelletto, per noi.



ALLA SECONDA EDIZIONE [ agosto 1903 ]

Ci sono parolette che mal s'intendono. È vero. Sono, in vero, proprie dell'agricoltore; e chi non è agricoltore, non le sa; sono vive ancora, dopo tanti secoli, su queste appartate montagne; e chi in queste montagne non è stato, crede che siano parole morte, risuscitate per far rimanere male lui. Ma no, non per codesto io le rimetto in giro; bensì, ora per amor di verità, ora per istudio di brevità. I miei contadini e montanini parlano a quel modo, e parlando a quel modo parlano spesso meglio che noi, specialmente quando la parola loro è più corta, e ha l'accento su la sillaba radicale, sicché s'intende anche a distanza, da colletto a colletto, e fa il suo uffizio da sé e non ha bisogno dell'aiuto d'un aggettivo o d'un avverbio. Sì: lo scrittore o dicitore che spende due parole per un'idea sola è come l'uccellatore che spreca due cartuccie per un solo pettirosso, e non lo coglie.

E c'è un altro perché. I non toscani, per via dell'educazione scolastica, ripudiano, sempre e in tutto, il loro vernacolo, credendo ch'esso sia al bando della letteratura. Io voglio mostrar loro che possono, molto spesso, usare bellamente e rettamente in italiano vocaboli del loro, a torto ora prediletto ora spregiato, linguaggio materno; sia perché quei vocaboli sono comuni al parlar toscano, vivo e puro, dei monti; sia perché sono necessari o almeno utili, pur non essendo toscani. Cito ad esempio, per il primo rispetto, la parola schiampa o stiampa, che un buon romagnolo si periterebbe d'usare, scrivendo o dicendo per il pubblico; e per il secondo, il bellissimo vede svede, che un buon siciliano non oserebbe, credo, tradurre così per gli altri italiani che pure hanno bisogno di tanto breve e chiara espressione.

A ogni modo, ecco una lista di parole che posso supporre ignote a questo o quello de' miei lettori:

Accia: lino o canapa filata, in matassa.
accoccare: fermare la gugliata alla cocca del fuso.
accollare: piegar la vite per legarla.
accorare: « giungere al cuore » anche senza l'idea di male, anche senza l'idea del coltello.
Alpe: le alte montagne.
anta: imposta d'una porta o finestra.
appietto: del tutto, a finire, senza scelta.
arsita: prosciugata.
arzillo: frizzante. Si dice spesso del vino.
aspro: reso scabro o ruvido dal sole. Donde asprura, quando l'erba è secca, e vi si scivola su.
astile: veramente stilo. Manico della vanga.
avvivare: sciacquare... ma col vino. Non lo fanno i bevitori per pulizia, veramente, ma, come dicono, per far perdere al bicchiere il sapor dell'acqua.
azzeccare: mordere.
bardella: un sacco o altro, con paglia o fieno, per servir di riparo alla nuca e al collo sotto il carico.
begetto: piccolo baco o begio.
bestie: proprio bestie sono le vacche.
Bi e Ro: grido dei contadini romagnoli ai due bovi, quel di dritta e quel di mancina.
bono: far bono vale far pro', o prode, come meglio si dice.
bresche: favi di miele.
brolo: parola antica, che vale verziere o vivaio di piante, conservata dai romagnoli, che per altro dicono brôi.
bronzino: campanello di bronzo.
campanello (campare a ): senza lavorare, dando di piglio al campanello, quando si vuol qualcosa.
campano: quello che si attacca al collo delle bestie.
cannaiola: bastone per fare la graticciata su cui metter le castagne a seccare nel metato.
capparone: capanna per ricoverarvi fronde, paglia, fieno, ecc.
cardo: il riccio delle castagne.
carraiola o carraietta, da callaia: viotterello pei monti.
cavestro: fune per legar le bestie e anche i carichi.
ceppa: l'insieme dei novelli al calcio dei castagni.
cestinella: cesta di bacchi o bacchietti, cioè torchi, di castagno, per portare il rusco.
Chioccetta: nome contadino delle Pleiadi: vedi Mercanti.
cicchin cicchino: piccolino.
ciulire: cigolare, prèsso a poco.
cocco: ovo. Il preferito.
collo (portare in ): si dice di uomini che portano carichi. Le donne portano « in capo ».
coltare: scassare.
concino: l'uomo che riconcia stoviglie e simili.
contendere: sgridare.
crinella: una cesta, rada, di salcio (torchi o vinchi ) a uso di portar fieno e erba ecc.
croccolare: il verso della gallina quando vuol far l'uova o della chioccia quando guida i pulcini. Si dice anche del vino quando si versa dal fiasco senza tromba.
cuccare: tagliare tutti i rami a una pianta.
cuccolo: bocciuolo.
diluvio: sorta di rete bestiale per pigliar molti uccelli.
dolco: morbido.
esporsi: porre il carico su un poggetto per riposarsi un poco, e riprenderlo subito comodamente.
faccende: è opposto, mi pare, dai contadini assai spesso a roba. Tempo delle faccende, tempo della roba.
« farlotti »: parola romagnola. In questi monti si dice verlorotti. I piccoli delle averle o verle o vedette.
fradicio: bagnato, zuppo.
fràngolo: che facilmente si stritola o rompe.
frondaio: mucchi di fronde che fa il vento nel verno.
frullana: falce fienaia.
furigello (follicellus ): bozzolo.
gente: molto usato per un plurale indeterminato: « gente lo sa » per dire « si sa » ma « da più ».
godi: scompartimenti. Detto anche, per esempio, della noce che ha più godi separati dal forcellone o dai tragòdi.
gracilare: presso a poco, come croccolare. Ma c'è più sforzo. È un verso più lungo, quasi penoso.
grasce: le così dette « regalie » che i contadini devono ai padroni in più del raccolto: uova, galline, capponi, galletti.
grispollo: non vale come grappolo, ma parte di grappolo. Il grappolo o pigna ha tanti grispolli, il grispollo tanti chicchi. Grappolo anzi vale per pigna bensì, ma piccola e rada. « Quest'anno non c'è che grappoli» vuol dire che l'uva è poca.
gronchio: intormentito. Si dice, per esempio, delle mani, quando uno si desta.
gruppi: giorni di freddo e di cattivo tempo, prima che si sia fuori del verno.
guaime: secondo fieno.
guamacci o guaimacci: terzo e anche secondo fieno, detto così spregiativamente.
guindolo: arcolaio.
incaschito: uno che ha fatto un casco, ossia s'è d'un tratto invecchiato, ammalazzito.
indafarito o indafarato: pieno di faccende.
intarmolire: fare il tarmolo.
ire: si può dire che il verbo « andare » non esiste quassù, almeno nel senso nostro.
legoro: il fiore della canape, che si avvolge alla rócca, cioè s'arrocca.
leo leo: piano piano.
lolla: pula o pulacchio.
màcole: baccole: vaccinia nigra.
mamai (in ): lontano lontano.
mannella: una quantità di stoppa o tozzi.
mazzo: lo strumento di legno duro, cerchiato di ferro, con cui si picchia su la zeppola o bietta.
Mercanti: così lo Zi Meo e tutti chiamano le stelle della cintura d'Orione.
metato: seccatoio delle castagne.
miccetto: asinello, ciuchino.
molgere: mungere.
mucido o muscido: muffa.
nettare: sbrattare. Andarsene.
nimo o nimmo: nessuno.
Oceàno: cosi pronunzia lo Zi Meo e tutti quanti.
opre: « Le opere enno buone o cattive, secondo che si fanno. Le opre son quelle che vengono a lavorare ». Zi Meo.
pannello: « Grembiale è quello che ci si colgon le castagne. Pannello è quello che portan le donne ». Zi Meo.
passaggio: la traversata del mare.
paternostri: erbaccia con la radice fatta a chicchi di corona.
penero: frangia.
pennato: strumento con cui si pota e taglia.
pensiere: cappiettino per regger la rócca.
picchiare: così senz'altro, levar le buccie alle castagne secche.
pigliare (le gambe pag. [...]): andar via. id. (la zeppola pag. [...]): lasciare che entri.
pigna: grappolo, ma grande saldo unito.
potere (un carico): reggerlo.
prato: così, per prati.
prillare: dar il giro al fuso.
ranella: raganella.
rappa: spiga e anche pannocchia.
redo: vitello.
riessere: bell'uso del ri- a risparmiare un « anche », un lungo e brutto « a sua volta ».
rimastico: il ruminare.
rimessa (pag. [...] e [...]): la provvista.
rimettere: fare le rimesse.
rintombare: si dice quando il tempo si chiude e vien buio.
riscoppiare: delle piante, quando rimettono dopo essere state cuccate.
roba: vedi faccende.
roccia: spazzatura. Immondezza.
rugliare: urlare. Sonare cupo.
rugnare: grugnire.
rumare: frugare.
Santo Pescatore: Sant'Andrea. Il 30 novembre è il termine per la licenza.
saracco: sega col manico, senza corda, fatta come una coltella.
sbisciare: guizzare come le bisce.
sbozzolato: levato dalla frasca.
scentare: tagliare, per esempio, il bosco del tutto, perché riscoppi.
scerbare: sradicare.
schiampa o stiampa: schiappa o stiappa.
schicciare: «Schiacchiare, si schiaccia la ghiara, schicciare, si schiccian le noci ». Zi Meo.
schiocchi o stiocchi: scoppi.
sciàmina: erba cattiva.
sciurìno: ventarello fresco.
scurire: imbrunire.
seme (la ): non il seme, se è tanti semi.
sericcia: né buio né giorno.
sfare: il contrario di e fare», non sempre il sinonimo di «disfare».
sodo: del campo, quando non è ancor lavorato.
solivo: solatio.
soppiano o suppiano: specie di madia per metterci grano e granturco.
sornacchiare: ronfare, russare.
sprillo: squillo.
statina: l'estate al suo principio.
stendino: una fucina dove è il maglio che distende il ferro.
stiglia: scheggia fina e lunga.
stioccare o schioccare: il colpo secco della folgore, della frusta ecc.
stradare: continuare la sua strada.
strino: bella parola (da strinare) per dire « peronospora ».
strinto: stretto, ma solo come participio.
strusciare: strisciare, presso a poco.
svedere: siciliano, nella frase vede e svede.
tarmolo: la polverina a cui si riduce il legno marcio.
telare: andar via rapidamente.
telo (pag. [...]): un pannolino o pannicello che si mette ai bimbi per belluria.
tiglia: filamento della canapa.
tirare (pag. [...]): prender con le dita il filo.
tozzo o tozzi: la canape ha tre parti: il fiore o il filo, la stoppa, i tozzi. Col filo si fanno i legori, con la stoppa e i tozzi le mannelle.
tracogliere: la prima còlta che si fa delle castagne.
valletto: specie di cestinella.
vecciùli: una veccia piccina.
vellicare (pag. [...]) o bellicare: solleticare. Si dice: Io vellico, come io desìno ecc.
vermena: veramente qui si usa « vermella » per dire ramicello.
verno: non si dice in in verno.
vignuolo: viticcio.
vinciglio: ramo di castagno, nel fusto, tagliato per seccarlo e governare le bestie nel verno.
vizzato: è uva forestiera.
vocerìo: vocìo.
volastro: buono a volare.
volastruccio: balestruccio.
zeppola: bietta.
* grecchia: specie di stipa più piccola che fiorisce in autunno. Cesti.
* Lombardo: si chiamano lombardi i modenesi dei monti, a confine coi teschi (così li chiamano). Sono uomini alti, quadrati, biondi, con occhi cerulei: veri langobardi; e sono poveri e forti, e vengono ogni anno in Toscana donde muovono per le isole e anche per l'Africa, a segare e squadrare legna. Essi, che sono imaginosi e poetici, grandi raccontatori di fole a veglia, dicono che la cinciallegra dà a loro il segno della partenza, cantando tient'a su. E, pare, in verità.
* sicceccè: verso del saltimpalo, formato dal popolo con molta esattezza.
* tecco: intirizzito o interito.
* uccellino del freddo: lo sgricciolo, detto cocla o guscio di noce dai romagnoli. Questo e altro il lettore potrà imparare intorno al grazioso uccellino da un vispo libretto di A. Bacchi della Lega, Caccie e costumi degli uccelli silvani (Città di Castello, Lapi, 1892), ora alla seconda edizione. Da quel libretto ho preso, anche, con una lievissima modificazione, il verso arido dello sgricciolo: trr trr trr terit terit.

Ora alle soavi lettrici voglio spiegare qualcos'altro. Non credano mai le mie soavi lettrici che io inventi! Non son da tanto. E poi, non mi pare che si debba e che... si possa. Tutte sanno per certo che non io ho trovato che la lodola loda Dio e che il merlo (e anche la capinera) fischia lo ti vedo (pag. 591 [...]). Qualcuna può ignorare invece che al cuculo si grida (pag. 581 [...]): « Cuculo di là dal mare, Quanti anni ho da campare? » Qualche altra può ignorare che in Romagna nel chicchiricchì dei galletti sentono il grido: Vita da re... (pagine 605 - 606 [...]). E così qui, quando la pentola fa i sonagli, dicono che « passano i miccetti » (pag. 649 [...]). E così, quando il bambino vagisce, qui sentono che egli grida: Ov'è? Ov'è ?, gli dicono: Ov'è chi? il babbo? il puppo? (pagina 646 [...] segg.).

Sanno tutte, le mie soavi lettrici (a proposito di ov'è? ov'è? ), che ai fratellini e alle sorelline del nuovo venuto si suole spiegare la sua apparizione nei modi adombrati in quel Canto: che l'hanno preso in una ceppa di castagno, che l'hanno comprato alla fiera, che l'hanno impastato le monache, che è stato preso in paradiso (cfr. anche a pag. 587 [...]); e via dicendo. Non sanno forse tutte che il brivido che qualche volta ci scuote all'improvviso, è interpretato (in Romagna, che io sappia) come il passaggio della morte (pag. 525 [...]); che in Romagna si raccomanda veramente di sparecchiare dopo cena, perché, se si lascia la tovaglia su la tavola, vengono i morti (pag. 564-565 [...]); che le ragazze di questi monti, quando vedono le prime serpi dell'anno, buttano la pezzuola in aria (pag. 574 [...]). Un'esperienza che tutte possono fare, è quella del fiore reciso, che si apre se si mette al sole (pag. 577-578 [...]). Un'altra, altrettanto facile, è quella dell'Or di notte. Prèstino l'orecchio, e le lettrici in campagna sentiranno, nella prima ora di notte, quando già il silenzio è grande, la campana della parrocchia sonare tre tocchi, poi cinque, poi sette. E se vengono a Caprona, sentiranno, un'ora prima, il suono della schilletta o squilletta.

E a Caprona si faranno raccontare dallo Zi Meo la storiella dello spazzacamino e dello stacciaio (pagina 523-524 [...]), che si trovarono a gridare a Perpoli, un paesettino della Garfagnana posto su un cuccurello di monte. Si picchiarono, quei due poveri uomini!

Per rendere poi a ognuno il suo, confesso che è di Catullo il Canto la nonna (pag. 533-4 [...]): Cana... anilitas Omnia omnibus annuit. E per un mio sfogo di amor fraterno, osservo ai governanti d'Italia, ch'essi fanno molto male ad aprir la caccia, voglio dire la distruzione degli uccelletti utili e belli, il giorno di Santa Maria, cioè il 15 d'agosto (pag. 634 [...]). Ritardino l'apertura d'un mese! di quindici giorni, almeno! Tra gli uccelletti utili non ve n'ha di più utili delle verle o averle, che si nutrono solo d'insetti. Ebbene a quella stagione i verlorotti o farlotti non sono ancora ben volastri. E se ne fa scempio.

Castelvecchio di Barga, 10 agosto 1903.



EDIZIONE DI RIFERIMENTO: "Giovanni Pascoli - Poesie - sezione prima", I CLASSICI CONTEMPORANEI ITALIANI, collezione diretta da Giansiro Ferrata, Arnoldo Mondadori editore, Milano, 1971







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